Francesco Gallo

Giovanni Leto. Officina di un re, Mida!

Francesco Gallo

 

C’è stato un tempo, in cui si diceva, quasi fosse una mannaia, ormai! Continuando con, ormai, siamo oltre il quadro, ormai siamo oltre la pittura, ormai tutto è concettuale (mentre Pino Pinelli affermava: pittura pittura), gestuale teatrale, tutt’altro che visivamente puro. Di questo non può dolersi nessuno, a patto che allo schematico ormai, si sostituisca un anche. Perché di questo vive l’arte del nostro tempo e quando dico nostro tempo, dico gli ultimi cinquant’anni, che ancora sono comprensibili in un concetto di contemporaneità, che non è di per sé una diacronia, ma una sincronia, un’affinità elettiva. Giovanni Leto è di questa speciale era e temporalità, di una fuoriuscita dalla pittoricità, non dalla pittura, di un suo passaggio all’astrazione materica fatta con un materiale cartaceo, in vario modo trattato ed elevato ad una molteplicità espressiva, in fusione tra manualità concettualizzata e intonazione espressiva, in fusione tra una gestualità emotiva e una intonazione espansiva, spaziale, in tutte le direzioni, del pittorico e dell’architetturale. Giovanni Leto, dalla sua postazione di Bagheria, città di Guttuso e di Provino, Tornatore, Dacia Maraini, Scianna, a ridosso del Museum di Ezio Pagano, ci ha lasciato una lezione facturale di assoluta raffinatezza, perchè non si è limitato affatto, ad una umorale informalizzazione del caso e della necessità, ma ha guidato tutte le sue  opere ad un modello fantastico, che è antitesi dialettica della tecnologia e non già perché fosse un tradizionalista, seppure astratto, ma per dover rivendicare un’autonomia reale dell’arte, una sua non prescrivibilità di grammatica consumistica.
Tutta la sua opera, intervallata da una profonda meditazione, che poi guidava il suo alfabeto poetico, si presenta a noi come un vasto labirinto della dolcezza, senza matrici altre, che non fossero quelle della memoria antropologica e storica. In lui si ergeva sempre una specularità alternativa alla sulfureità arrossante della nostra natura esteriore, che lui temperava con una emersione del bianco, come segno distintivo di una spazialità, vissuta come intimità. Noi non ci siamo molto frequentati, ma in me è rimasto sempre vivo il senso della sua scritturalità, del suo dotarsi di un segno, che oggi chiamerei con altro nome, più complesso, metafora di una poetica della temperanza e della ricerca. Un artista in piena regola, che viene da una post guttusianità proviniana, mai respinta, ma sempre evocata come sintomo spettacolare di diversità. Come a dire che a Bagheria l’aria è limpida e tanti fiori possono sbocciare e tante scuole possono gareggiare. Uno di questi è stato lui, il monrealese, che ha fatto di Bagheria la propria Parigi, la propria Montmartre, ricevendo nel premio della sua solitudine una ispirazione legata sì, a Giardina e Buttitta, ma aquila, libera, fiera, regale.

Bibl.: Francesco Gallo (a cura di), Giovanni Leto. Officina di un re, Mida! in (Klessidra) www.6499milano.com, 15 dicembre 2025